ANELLONE A SEI NODI (VI secolo a.C.) Bronzo, 16 x 18,5 x 4 cm Museo archeologico sezione picena, Fermo

L’Anello di Cupra – una mostra da non perdere

“L’Anello di Cupra – Icone della femminilità dalla Preistoria a Rubens, da Van Gogh ai contemporanei”, mostra a cura di Marcello Smarrelli, allestita a Fermo, presso il Palazzo Dei Priori e aperta fino al prossimo 23 ottobre 2016, merita davvero una visita da parte di tutti.

Perché mi è piaciuta la mostra “L’Anello di Cupra”

Premessa: l’arte mi affascina, da sempre, ma – decisamente – non sono affatto un’esperta.

Mi è piaciuta l’idea di ricordare come la femminilità è un universo multiforme e misterioso, rappresentato nel corso del tempo in maniera differente, esaltando aspetti e mortificandone altri, anche a seconda dell’epoca e delle cultura dominante.

Mi è piaciuta l’idea “rivoluzionaria” (per certi versi) di potenza generatrice: nulla a che vedere con il tormentone del #fertilityday di queste settimane. La femminilità vista come generatrice di vita, non semplicemente “fattrice e incrementatrice di demografia”, piuttosto “generatrice” come equivalente femminile di “generatore” ossia forza motrice. La femminilità rappresenta l’ispirazione, la propulsione intellettiva che mette in movimento le mani e le menti degli artisti.

Una femminilità che non stigmatizza la donna riducendola a solo oggetto di piacere.  Sono rappresentate donne che lavorano, madri che allattano ed educano i figli; sono donne che come ogni altri mammifero sono figlie della Natura, che le ha investite del ruolo di generatrici di vita. Sono donne che hanno comunque una fisicità carnale, che non rinnegano, ma sono anche testa e cuore e quindi anche piene di inquietudini e di domande a cui cercare risposte.

Sono donne nude, donne vestite e perfino quasi castigate, donne fatte di solo volto. Sono donne martiri che si immolano, donne che espiano peccati in solitudine, nel pentimento. Donne che si mostrano vecchie e rugose, ma sono ancora capaci di stupirsi di fronte alla maternità e ancor più alla maternità di una vergine.

Una vanga diventa un simbolo di fiera professionalità, quasi uno scettro, anche se il lavoro è quello umile e faticoso dei campi, quello di dissodare la terra con la forza di braccia e gambe. Donne del passato e donne del futuro, donne proiettate verso il futuro, donne che si avventurano ad esplorare territori (e sentimenti) che a volte fanno paura, pur con grande coraggio. Donne giovani ma determinate, che non temono di professare il proprio credo, donne coerenti e donne che aiutano a comprendere i misteri della fede. Donne guerriere, razionali, intelligenti e intellettive. Donne astratte, immaginate, fra realtà e sogno, fra verità e fantasia, donne spesso incomprensibili e ineffabili. Donne ricche e potenti, ma incredibilmente fragili. Donne diverse, di altre sfumature, altre rappresentazioni della medesima femminilità.

Tutto questo in una carosello circolare di opere attorno all’Anello di Cupra, “la cui funzione e valore simbolico non sono ancora del tutto chiari. Collocato di solito nella zona addominale/pelvica delle defunte, l’anellone a nodi indicherebbe da un lato il genere femminile, dall’altro il ruolo specifico della donna legato alla riproduzione e al parto. Simbolo della fertilità femminile, della nascita e della creazione, la forma circolare si riallaccia anche alle personificazioni della natura e del cosmo, alla ciclicità in cui tutto si ricongiunge e ricomincia ogni volta. Il cerchio è espressione del ventre materno, dell’accoglienza e dell’armonia e l’uso di oggetti di tale forma per evidenziare l’anatomia femminile, ampiamente attestato nell’Italia antica, evocherebbe i miti di divinità assimilabili alle Grandi Madri delle civiltà mediterranee, le fenicie Astarte e Ishtar, l’orientale Lilith, la greca Afrodite, l’etrusca
Uni, le romane Venere e Bona Dea, alle quali è associata la dea Cupra picena. L’anellone a sei nodi diventa così il punto di partenza del percorso espositivo, emblema di una femminilità multiforme, terrena e spirituale insieme, misteriosa e seducente.” (dal Catalogo della mostra)

Insomma un inno, sotto forma di rappresentazione figurativa, all’universo femminile, nel mondo, nel tempo e nello spazio.

A chi consiglio di visitare la mostra

Alle donne, anzitutto: per acquisire, recuperare, consolidare la consapevolezza della propria femminilità, che va al di là dei ruoli imposti, dei giochi delle parti, degli stereotipi. Un inno alla femminilità scelta e vissuta oggi, in piena libertà.

Agli uomini che sanno apprezzare e rispettare l’universo femminile in tutte le sue declinazioni (e contraddizioni, anche).

Alcune foto, scattate da me, con il mio Samsung S5, che non rendono assolutamente giustizia alla bellezza della mostra (clicca sulla foto per l’immagine in lightbox).

 

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